di Luca Desiderato

Il difetto più pericoloso di un’immagine generata non è quello che si vede: è quello che non si vede sullo schermo del computer e si vede in sala. Sono due condizioni di visione diverse (dimensione, distanza, attenzione, e soprattutto durata), e il secondo giudizio è l’unico che conta. Un professionista dell’audiovisivo ha già l’occhio allenato per questo; quello che serve è sapere dove guardare, perché i punti di rottura di un generato non sono gli stessi di una ripresa.
L’ordine in cui li controllo è dal meno correggibile al più correggibile, ed è lo stesso ordine del capitolo 3.0:
- La scala. Un oggetto della dimensione sbagliata rispetto a un corpo umano è l’errore che rovina più inquadrature, e sfugge perché il cervello corregge. Il metro sono le persone: se in una stanza le persone stanno male, la stanza è sbagliata.
- La prospettiva[1]. Linee che dovrebbero convergere e non convergono, un orizzonte a due altezze, un pavimento che sale. In una ripresa non capita mai, e per questo l’occhio se ne accorge.
- La luce e la sua direzione. Ombre che vengono da due parti, un controluce senza fonte, un riflesso che non corrisponde a niente di visibile. È il difetto che il montaggio[3] smaschera più in fretta, perché fra due inquadrature la direzione della luce si confronta da sola.
- La fisica del contatto. Dove un corpo poggia, dove una mano stringe, dove un piede affonda. È il punto in cui la maggior parte dei generati mente.
- I materiali. Il legno che sembra plastica, la pietra che sembra polistirolo[2], il tessuto senza peso[6]. Sono difetti di superficie e sono i più facili da correggere in post.
E c’è un difetto che non appartiene a questa lista perché non sta nell’immagine: la deriva[4] fra due immagini. Va cercata guardandole in sequenza, non una alla volta, e va cercata prima di generare la terza.
La regola che ne ricavo per la produzione è di metodo: il controllo degli errori di generazione si fa a schermo pieno e in sequenza.
Come è nata la figura
Nano Banana Pro, 2K, 16:9[7]. Un’unica immagine generata. Come immagine di riferimento è stato usato il ritratto del personaggio Renzo.
Prompt[5], in inglese come è stato inviato al modello:
Il prompt
A man of sixty-three with a long full white beard and small round metal-rimmed glasses, faded denim work shirt leans over a workbench to fit a small brass hinge to a wooden box, a screwdriver in his right hand and the box steadied with his left, seen slightly from above at standing height. The bench carries a jar of screws, a folding rule, a coil of cable and a mug; a clip lamp on an arm lights the work from the left and a window at the back of the shop gives a cold second light. Editorial documentary finish, natural contrast, warm wood against cold daylight.La rappresentazione della tridimensionalità (profondità) su un'immagine bidimensionale. In cinematografia, si riferisce alla percezione della relazione spaziale tra gli oggetti e tra il soggetto e lo sfondo. La prospettiva non è determinata dalla lente, ma dalla distanza della camera dal soggetto. Le lenti (grandangolari o teleobiettivi) si limitano a "esagerare" o "comprimere" questa relazione.
Pannello di polistirene espanso bianco. È uno strumento leggero ed economico usato sul set con una doppia funzione: come riflettore (per luce di rimbalzo ), crea una luce diffusa e morbidissima; come diffusore (se la luce ci passa attraverso), crea un'ombra molto tenue.
Processo di post-produzione in cui le singole inquadrature (shot) girate sul set vengono selezionate, tagliate e ordinate in una sequenza specifica per costruire le scene e narrare la storia. Il montaggio definisce il ritmo, la continuità e la struttura narrativa del film.



