Figura 1.0 · da fare. Che tipo di immagine servirebbe: la stessa inquadratura[1] in tre versioni — girata, ricostruita, generata — senza didascalia che dica quale è quale.
Ogni volta che il cinema ha incontrato una tecnologia nuova ha fatto la stessa cosa: prima l’ha trattata come uno strumento del demonio e contemporaneamente come un miracolo, poi l’ha messa in organico. È accaduto con il sonoro, con il colore, con l’ottica[2] leggera, con il digitale, con il rendering. L’intelligenza artificiale generativa[3] è a metà di quel percorso, e la parte scomoda è che la seconda metà non consiste nell’imparare uno strumento: consiste nel capire di quale mestiere fa parte.
Questo manuale parte da una posizione precisa. L’AI generativa non è un reparto nuovo da aggiungere accanto a fotografia, scenografia e montaggio[4]. È uno strumento che attraversa i reparti esistenti e che va giudicato con i loro criteri, non con quelli della novità. Una scena[5] generata si valuta come si valuta una scena: scala, prospettiva[6], continuità[7], luce coerente, credibilità dei materiali, tenuta al montaggio. Se un generato non regge in sala, non regge — che sia costato tre secondi o tre settimane è un problema di produzione, non un’attenuante.
Da questa posizione derivano tre conseguenze, e sono l’ossatura di tutto ciò che segue:
- Il criterio non è la meraviglia, è il controllo. Un’immagine bellissima che non sai rifare non è un risultato professionale: è un colpo di fortuna documentato.
- Il vocabolario del set non è il vocabolario della macchina. Sai cos’è una scala dei campi[8]; il modello ha visto milioni di fotogrammi e non ha letto un manuale di regia. Metà dei problemi nasce dal presumere che le due cose coincidano.
- La responsabilità resta dove è sempre stata. Chi firma risponde di ciò che pubblica, e da poco su questo esiste anche una norma.
Il manuale è organizzato per problemi, non per programmi. Non analizzeremo in particolare[9] quello strumento piuttosto che un altro: gli strumenti cambiano nome, prezzo e interfaccia più in fretta di quanto si scriva un manuale, mentre i problemi come tenere un volto, imporre una geometria, rifare domani il risultato di oggi, sono gli stessi da anni e resteranno tali ancora per un po’.
Come è nata la figura
Nano Banana Pro, 2K, 16:9[10]. Serie di 2 riquadri generati separatamente, senza incatenarli l’uno all’altro: la differenza fra loro è ciò che la figura mostra. Come immagine di riferimento è stato usato il ritratto del personaggio Renzo.
Prompt[11] del riquadro 1 (ricostruita), in inglese come è stato inviato al modello:
Il prompt
A narrow workshop in an old town: a long wooden bench under a single window, hand tools on a board behind it, wood shavings on the floor, and a man of sixty-three with a long full white beard and small round metal-rimmed glasses, faded denim work shirt working at the bench with his hands in frame. Late afternoon light comes in from the left through dusty glass. Muted palette of warm wood, worn metal and denim blue. Editorial documentary finish, natural contrast. The picture reads as a carefully rebuilt set: the surfaces are a little too clean and too evenly chosen, the light is placed rather than found, and the arrangement of the tools is composed. Everything is plausible and nothing is accidental.Prompt del riquadro 2 (generata), in inglese come è stato inviato al modello:
A narrow workshop in an old town: a long wooden bench under a single window, hand tools on a board behind it, wood shavings on the floor, and a man of sixty-three with a long full white beard and small round metal-rimmed glasses, faded denim work shirt working at the bench with his hands in frame. Late afternoon light comes in from the left through dusty glass. Muted palette of warm wood, worn metal and denim blue. Editorial documentary finish, natural contrast. The picture reads as a generated image: the surfaces are uniformly pleasant, the light is soft from no locatable source, and the small disorder that a working bench accumulates is missing. Fine wood grain stays consistent across the bench.L'unità minima del linguaggio cinematografico. Tecnicamente, è la porzione di spazio (fisico o virtuale) delimitata dai bordi dell'obiettivo della macchina da presa. Nel montaggio, corrisponde a una registrazione continua tra due stacchi (tagli).
Il dispositivo ottico montato sulla macchina da presa che cattura la luce e la proietta sul sensore. È uno strumento narrativo fondamentale: la sua lunghezza focale (es. grandangolo, teleobiettivo) influenza il campo visivo, la prospettiva, la profondità di campo e, di conseguenza, la percezione emotiva dello spazio e dei personaggi.
Un sistema che produce nuovi contenuti a partire da testo, immagini o altri dati ricevuti. Per immagini e video trasforma le indicazioni date in una proposta visiva. È uno strumento dentro la lavorazione, non un reparto separato.



